Montagna: hai la vaga idea?

Il dubbio ce l’avevo già qualche anno fa. Avevo visto un curioso film intitolato L’inglese che salì la collina e scese da una montagna (The Englishman Who Went Up a Hill But Came Down a Mountain, 1995). È una commedia dallo humor tipicamente anglosassone ambientata durante la prima guerra mondiale: nello sperduto villaggio di Taff’s Well giungono due cartografi con il compito di misurare la montagna locale, il Ffynnon Garw. Con grande sconcerto della popolazione locale, il rilievo non viene classificato affatto come montagna! La sua altitudine, di poco inferiore ai mille piedi, fa sì che ricada sotto la definizione di “collina”. Intollerabile! I paesani s’ingegnano allora per ritardare la partenza dei geografi e – pale alla mano – elevano artificialmente il cucuzzolo che, grazie a quei pochi metri di terra accumulata, diviene una vetta: sulle mappe figurerà ufficialmente sotto l’etichetta di “montagna”. Ma è sufficiente? Quali sono i limiti per definire una montagna e distinguerla da tutto ciò che montagna non è (collina, duna, morena, ecc.)?

Qual è l'altezza decisiva perchè un rilievo sia una montagna?
Qual è l’altezza decisiva perchè un rilievo sia una montagna?

Conoscete l’ontologia? È una scienza bizzarra. L’oncologia si occupa di brutti mali, l’ontologia di brutte bestie: gli enti. L’ontologia studia quali sono i criteri che utilizziamo per stabilire cosa esiste, come esiste e in che modo ne parliamo. E la montagna? È un bell’esempio a cui si richiama un “top” di questa disciplina filosofica, Achille Varzi (in Storia dell’ontologia, a cura di Maurizio Ferraris, Bompiani, Milano, 2008, pp. 672–698).

«Non c’è dubbio che il Cervino sia una montagna.
Ma quali sono esattamente i suoi confini spaziali?
(A che punto lungo un percorso che dalla vetta conduce
in pianura diremo di non essere più sul Cervino?)»

"Cervino" è un nome vago, proprio come sono vaghi "la foresta amazzonica", "quella nuvola sopra il campanile" (Achille Varzi).
“Cervino” è un nome vago, proprio come sono vaghi “la foresta amazzonica”, “quella nuvola sopra il campanile” (Achille Varzi).

Ed ecco il terzo approdo di questo percorso in salita: l’incontro con Alessandro Gogna, alpinista, scrittore, giornalista, guida alpina. Una figura oltre i confini troppo stringenti. Con Alessandro si chiacchierava di tutto un pò fino ad approdare alle linee di separazione. “Lassù non esiste una demarcazione ben definita. Non è possibile tracciare una retta che identifichi quando il valico inizia e quando esattamente va a degradare nella valle sottostante. Non puoi tracciare un segno sulla terra e dire – ok, da questo punto in poi è montagna, oltre non lo è”. La montagna è una realtà dai contorni sfumati, ampi, irregolari.

E qui Alessandro mi ha fatto riflettere con questa interessante osservazione:

“Al mare abbiamo un segnale netto ed inequivocabile che ci fa percepire la distinzione tra due realtà. È la linea della battigia. Di qui c’è la spiaggia: il lido con una più o meno marcata presenza umana. Di là c’è il mondo liquido che si estende oltre il disegno che l’onda traccia sulla sabbia. La riva è ben identificabile anche dal meno accorto visitatore: è uno stacco deciso tra due elementi, tra la terra ed il mare. Chi si spinge oltre percepisce il mutamento di status e, di conseguenza, si adatta alle variate condizioni ambientali. Per andare in mare, ti attrezzi: barca, pinne, muta, ecc. Questo talvolta non accade in altura: sempre più spesso si segnalano casi di escursionisti in difficoltà per evidente improvvisazione. Non muniti di vestiario adatto oppure incuranti delle esigenze imposte dall’ambiente”.

La leggerezza e l’imprudenza potrebbero essere collegate alla vaghezza di un luogo senza stacchi ben segnalati? L’incauta frequentazione potrebbe essere imputabile ad un affievolimento della separazione tra spazio urbano e montano? Insomma: il fraintendimento della montagna potrebbe essere dato dal fatto che nulla di eclatante ci avverta che stiamo entrando in una realtà diversa a cui adattarci? Ma serve davvero un confine evidente, una “battigia alpina”, per attivare la nostra attenzione?

Un cartello segnaletico può davvero aiutare chi non ha la più vaga idea? No. Perché alla fine si scopre che il mondo (montagna inclusa) non è poi così vago ed evanescente come sembra. Avrà i contorni imprecisi, ma ciò non significa che non abbia le sue regole, le sue esigenze e le sue dinamiche. Ad essere vaga è l’idea che ci facciamo delle cose. E questo può ficcarci in situazioni per nulla piacevoli (dai pregiudizi alle valanghe). Possiamo moltiplicare i cartelli segnaletici, le linee di confine e le bacheche informative, ma i contenuti di tali indicazioni andrebbero dapprima fatti germogliare nelle teste che nel terreno. Faccio la musona criticona? Al contrario sorrido d’ottimismo e credo più nella forza dell’educazione, l’unica capace di renderci davvero indipendenti.

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