Sicurezza e natura

La cultura che c’è

Disponiamo oggi di una cultura, di principi e di logiche fondate su criteri commerciali, del profitto, su quelli materialistici e su quelli analitico scientifici, quindi su quelli tecnologici e naturalmente su quelli dell’apparire.
Da queste basi, lontane dall’essenza di noi stessi, traiamo le verità per le circostanze della vita.
Una di queste riguarda la sicurezza.

Un insieme apparentemente legittimo ed irrinunciabile, di forte magnetismo. Che diviene infatti forte premessa per farsi rapire dalla convinzione che senza tutte le tecniche e tutte le attrezzature si alzino i rischi d’incolumità; che altra modalità per abbassarli non vi sia. O più minutamente che qualcuno dica che indossare l’artva permette anche di farsi travolgere, tanto ti trovano; che basta qualche artva per tutto il gruppo. In questa cultura, siamo indotti ad accreditare di verità ciò che ci corrisponde alla perfezione, senza riconoscere che quell’attributo non appartiene alla sicurezza, che è una nostra inconsapevole investitura.

Siamo indotti fin dalla scuola, poi dai media, dalle leggi, a ridurre la vita entro gli assunti della geometria piana, prostrati adoratori di una realtà che stia entro i precetti della matematica. «…ma l’esattezza non mette in questione la verità, ma semplicemente la coerenza tra premesse e conseguenze, una coerenza che comunque è richiesta dopo l’adozione di un metodo e all’interno del metodo (…) Nelle scienza non solo il tema viene posto dal metodo, ma viene immesso nel metodo e vi resta sottoposto» (Umberto Galimberti, Paesaggi dell’anima).

La cultura soffocata

Ma allora il Camoscio e il Tuareg come producono sicurezza? Come la producevano i nostri vecchi montanari e come fanno i nomadi Kuchi dell’Afghanistan? Non hanno fatto il corso di orientamento, né hanno la bussola. Il camoscio non sa fino a che inclinazione può attraversare una colata ghiacciata e un tuareg non ascolta le previsioni delle tempeste di sabbia prima della transahariana. Cioè, non hanno e non sanno. La loro sicurezza è legata alla relazione con l’ambiente. La nostra predilige la relazione io-pensiero piuttosto che quella corpo-mondo.

Allora, come loro, non pregiudicheremmo ciò che permanentemente sentiamo e coniughiamo da ciò che sappiamo, dall’esperienza che abbiamo. Cioè da quella parte noi, da quell’io che nella mitologia si chiama eros, fuoco creativo, potenza incorrotta, fonte di forza e bellezza. «Chi perde il contatto con l’Eros che è l’amore, il piacere, l’unione, la libertà, la verità, la libertà di dire la verità, perde la capacità di sentire l’altro e di dare un significato emozionale alle relazioni con le persone e con tutto ciò con cui viene a contatto. Perde il senso, cioè la funzione di tutto ciò che fa» (Gabriella Mereu, La malattia: la trappola dell’eros).

Noi, che siamo indotti a concepire la natura alla stregua di un campo sportivo ove applicare la nostra passione;
noi, che crediamo di essere superiori e separati dalla natura;
che siamo indotti ad identificare la nostra autostima con il successo della nostra prestazione;
che ci siamo convinti a credere che per avvicinarci a certe attività dobbiamo fare il corso per…;
che concepiamo il corso alla stregua di una iniziazione compiuta invece di un semplice avvio dell’iniziazione;
che consideriamo la sicurezza un contenitore da riempire con tutto ciò che possiamo trovare fuori da noi stessi;
noi, che lo riempiamo acquistando goretex, pala, artva e sonda e tanto altro, raccogliendo bollettini meteo, imparando tecniche,
siamo spesso dimentichi della cultura della montagna e della natura, che prima della materia necessita dello spirito.

«Sappiamo infatti che la scienza non ha rapporti con la verità, perché ciò che essa produce sono solo proposizioni esatte, cioè “ottenute da” (ex actu) le premesse che sono state anticipate, per cui, accostare l’inconscio “scientificamente” non significa trovare la verità dell’inconscio, ma semplicemente quel risultato che il metodo ha prodotto» (Umberto Galimberti, Gli equivoci dell’anima).

Diversamente avviene attraverso il modo della relazione. Una modalità che non interrompe l’ascolto di noi stessi, degli altri, del contesto, che non prevarica le informazioni raccolte in quel modo da egoismi, narcisismi, prepotenze, arroganze, millantamenti, velleità. Con il modo della relazione molte informazioni utili alla sicurezza non scompaiono più sotto il peso di ciò sappiamo per studio ed esperienza, si radunano, come nell’amore. «Per questa ragione lo psicoterapeuta dirige la sua attenzione non al “cosa”, bensì al “come” dell’azione, in esso è compresa tutta l’essenza della persona che agisce» (Carl Gustav Jung, Psicologia e alchimia).

Percepire una disarmonia in noi, nel gruppo, non avrebbe come reazione il tentativo di reprimerla, semmai il contrario, in quanto una condizione alterata non permette la creatività disponibile in uno stato d’armonia.
Il solo che ci dà accesso al tutto che sta accadendo, fino alla chiaroveggenza. Un termine che non deve gelare.
La madre è fortemente chiaroveggente nei confronti di quanto accadrà al figlio. Lo è perché ne è in relazione, non solo perché ne conosce le caratteristiche tecniche.

«Ci porta molto lontano dalla fonte dei simboli ogni ampliamento e rafforzamento della coscienza razionale, il cui prevalere ne impedisce la comprensione. Questa è la situazione odierna e non si può invertire il giro della ruota e tornare a credere in ciò “di cui si sa che non è”. Eppure è necessario rendersi conto del vero senso dei simboli, non solo per conservare alla nostra civiltà tesori incomparabili, ma aprirsi una nuova via ad antiche verità che, per la stranezza del loro simbolismo, sono perdute per la nostra ragione» (Carl Gustav Jung, Tipi psicologici).

Con una cultura della relazione, meno cosiddetti turisti si muoveranno in ambiente aperto come fossero su un campo da tennis. Più individui potranno riconoscere distintamente la propria natura, i propri limiti. Più alpinisti saranno in grado di rispettare la propria motivazione, alla faccia di una tacca in più sulla piccozza.

«Non ero in forma, anzi ero un po’ spaventato perché non ero salito bene. Non ero sicuro. Guardai in alto, c’era ancora un muretto e poi la grande placca più facile. Mi avvicinai al muretto, tentai con precauzione di salire ma non mi fidavo delle suole ed ebbi paura. Non era il momento di salire, non era il luogo. Ma non era neppure il momento di esserne dispiaciuti» (Alessandro Gogna, La Parete).

Test

Prendiamo un gruppo eterogeneo di persone, professionisti inclusi; chiediamo loro di parlare di sicurezza. L’ipotesi che – dalle considerazioni più semplici a quelle più argomentate – la maggioranza del gruppo esprima idee e posizioni relative alla dimensione del sapere e dell’avere, alle tecniche e all’esperienza, alle manovre e alla competenza è la più accreditabile. Quel gruppo è emblematico di come la nostra cultura tecnicistica e materialistica, quindi noi tutti, concepiamo la sicurezza. Concezione che facilmente dimostrerà quanto non siamo in grado di tener conto di come ci sentiamo, quindi di come ci approcciamo. Né potrà tener conto delle motivazioni, né della precarietà/solidità del nostro equilibrio, infine della concreta disponibilità a modulare scelte e comportamenti all’uopo della sicurezza, fino alla rinuncia

È una cultura concentrata sull’analisi e la misurazione quantitativa della realtà, che ha tralasciato di coltivare anche la scienza che deriva dalla sua sintesi, in grado di cogliere il suo spirito, noi inclusi. Che non ha coltivato l’ascolto, ma non per questo rinuncia all’incontrastata predilezione per il giudizio. Che si sente perciò in grado di chiamarsi fuori da ciò che crede di vedere là fuori nella realtà da lui separata. Ovvero che non si avvede che quanto sta considerando non è altro di ciò che ha filtrato, radunato e riformulato secondo personali esigenze e stati d’animo.

«La scienza è pur sempre un’ideazione che l’umanità ha prodotto nel corso della sua storia, sarebbe perciò assurdo se l’uomo decidesse di lasciarsi definitivamente giudicare da una sola delle sue ideazioni » (Edmund Husserl, La crisi delle scienze europee).

Così, notevoli potenzialità umane – quando considerate – sono trattate alla stregua di inopportune o – alla meglio – relegate in sfere a parte, della religione, della teoria; alla peggio, del mistico, dello psicotico, del ciarlatano e via scendendo.

Ma spirito e ascolto permettono di accedere a una condizione inaccessibile in altro modo. Entrambe dimensioni umane tralasciate o, bene che vada, coltivate individualmente da alcuni, nonostante tutti al momento opportuno, inconsapevolmente ne sfruttiamo le potenzialità. Così fa il borseggiatore per scegliere la tecnica e il momento del suo misfatto, così fa la zia Pina quando scola la pasta per la millesima volta senza correre il rischio di finire al reparto grandi ustionati, così fa il ragazzino che per ottenere piange con qualcuno ma non con qualcun altro.

Entro le nostre autentiche motivazioni e disponibilità, genereremo comportamenti in armonia e in coniugazione con l’ambiente e le persone. Cioè senza il permanere di sentimenti negativi, né perdita del controllo, con la crescente libertà dall’identificazione con il giudizio che ne diamo. È questo un fulcro del modo della relazione.In altre parole, muovendosi a propria misura, non a quella della norma, né a quella del più esperto.

Entro quelle motivazioni, siamo nell’invidiabile condizione per liberare il nostro gradiente di creatività, di responsabilità, di crescita e di saggezza. Tutte utili per ridurre l’imprevisto, per gestirlo al meglio sfruttando l’esperienza, la conoscenza e la tecnica, a quel punto non più timoni ma strumenti delle nostre scelte. Inclusa quella della rinuncia. A quel punto però, senza frustrazione e rimpianto. Sofferenze tipiche di una psicologia che ci lega ad un noi inopportunamente idealizzato, lontano dalla nostra vera natura, destinato a riconoscersi solo nel successo e nel riconoscimento di questo da parte dell’altro. Psicologia minante, perfetto habitat per muoversi oltre la propria misura, dimensione, condizione e motivazione.

«Sul modello tecnico che ricalca l’esigenza del “tutto calcolabile”, le cose tendono sempre più a perdere la loro segreta e specifica valenza per consegnarsi alla mesta equivalenza della regola, che in modo univoco e prestabilito codifica il significato di tutto»(Enrico Grassani, L’altra faccia della tecnica. Lineamenti di una deriva sociale prodotta e subìta).

La cultura che vorrei

É il modo della relazione che, nonostante il semaforo verde, ci induce a guardarci in giro. Rinunciare a metterci in relazione con l’ambiente alza il rischio d’imprevisto. Affidarci al verde del semaforo, rinunciare all’osservazione apre all’eventualità di incontrare qualcuno che – nonostante il suo rosso – in quel momento transita insieme a noi.

Come Messner cita il “killer tecnologia” (Corriere della Sera 28.12.09), così possiamo arrivare a citare la nostra cultura, i nostri esperti e le nostre istituzioni che, non a caso, cercano nei modi (doppio guardrail), nelle parole (“Non soccorriamo chi provoca incidenti”) e nella logica (regolamentarismo, magari anche punitivo) di annientare il rischio, come se la sicurezza fosse raggiungibile. In quel caso, un ulteriore passo di allontanamento dal cuore del problema verrà compiuto. La miglior propaganda per la sicurezza, il miglior modo per ridurre il rischio è concepirlo come ineludibile. Frequentare la natura in sicurezza è un ossimoro, nonostante sia stato – speriamo – lo slogan delle Guide alpine italiane per molti anni.

Non è dunque il decalogo ad essere utile. Esso è buono solo per l’intellettuale e per chi a sua volta sarebbe in grado di crearlo. Esso non è buono perché l’esperienza non è trasmissibile. Affinché qualcuno lo rispetti è necessaria una cultura che coltivi il senso di responsabilità nei confronti di tutto. Utile sarebbe se le scuole di giornalismo e le redazioni dedicassero spazio a docenze di Messner, Gogna, Chouinard, Michieli e altri, affinché la montagna da campo sportivo torni ad essere la montagna. «Non più “incedere elegante e veloce”, non più narcisismi idioti» (Alessandro Gogna, Un alpinismo di ricerca).

Affinché anche l’ultimo redattore non abbia più l’inerzia a scrivere “montagna assassina” o associare lo sport a qualche attività dell’alpinismo, sennò, perché mai Messner avrebbe intitolato un suo libro “Sopravvissuto” e non “Vincitore”? «…il linguaggio non è unicamente il veicolo della cultura, ma ne costituisce il principio vitale» (Gaston Bachelard, Il diritto di sognare).

Al momento il libro più venduto è “Il manuale di questo e di quello”, siamo in attesa e in azione per vedere la rimonta di Polvere profonda, Dolores La Chapelle.

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