MONTAGNA LUXURY? MI PIACE. NON MI PIACE. ECCO PERCHE’.

“Da te mi sarei aspettato un articolo!”. Parola dell’attento Beppe Leyduan di Camosci Bianchi. Qualche tempo fa mi aveva segnalato quest’immagine della campagna promozionale di Moncler postata su Twitter da Luca Calzolari. Ed io? Niente! Come mai? In prima battuta ho avanzato le classiche scuse: “il lavoro, sono molto impegnata, ho un corso che finisce tardi, tu non sai quanto tempo mi prende, e così via”. Davvero? O qualcosa mi blocca?

Now Open. Promo Moncler. Fonte: tweet Luca Calzolari.
Now Open. Promo Moncler. Fonte: tweet Luca Calzolari.

L’argomento non di certo: l’immagine mediatica della montagna, l’utilizzo dell’atmosfera vintage dei poster anni sessanta, la rappresentazione addomesticata e confortevole dell’ambiente alpino e – dulcis in fundo – il tema dell’eliski, proposto quale simbolo luxury del vivere l’alta quota. Insomma, pane per i miei denti. Invece fatico a masticare e ci rumino sopra. Poi lo ammetto. A me il brand Moncler piace!

Mi piace perché nasce in un paese di montagna, Monestier de Clermont, e – dopo solo due anni di attività – sale fino agli ottomila metri del K2 equipaggiando la prima spedizione italiana nel 1954. Mi piace il logo che inneggia alla Francia con quel nazionalismo un po’ chic che solo i cugini d’oltralpe sanno sfoggiare con charme. Mi piace la brand strategy e soprattutto l’estrema ricercatezza degli store che mi ammaliano perdutamente con un’eleganza iconica.

Le boutiques Moncler nel mondo: dal Kazakistan al Giappone (foto: salute&cittadini).
Le boutiques Moncler nel mondo: dal Kazakistan al Giappone (foto: salute&cittadini).

Io negli anni ’80 ero tutt’altro che fashion. Ero una bambina con la tuta di Topolino che agognava il famoso “giumbotto” dei paninari. Costava più di quattrocentomila lire. Uno stipendio od anche più. Oggi sarebbe il corrispettivo dello smartphone da novecento euro. Sono gli oggetti del desiderio: belli perché piacciono, poiché piacciono costano. Vuoi gratificare la tua brama? Paga.

Moncler Poldo Dog Couture 2017 (foto: sito Moncler).
Moncler Poldo Dog Couture 2017 (foto: sito Moncler).

Adesso che sono grande (e moderatamente tirchia) ho scollegato il piacere dal prezzo e mi godo bellamente prodotti di fascia media senza l’assillo del valore simbolico. Forse mi scrollerò di dosso anche la fascinazione per Moncler: perché non è affatto scontato che il bello equivalga al buono. Me lo aveva suggerito l’inchiesta di Sabrina Giannini “Siamo tutti oche” trasmessa da Report nel 2014 che denunciava i maltrattamenti animali collegati all’azienda. Me lo dice eloquentemente anche la capsule collection Poldo Dog Couture che propone una linea di piumini per cani andando ad incoraggiare la tendenza alla snaturalizzazione dell’animale, il “pet” domestico che s’abbina, quasi al pari degli altri accessori di moda, al nostro stile.

Mi può piacere un marchio che, attraverso un advertising così persuasivo, induce ad una frequentazione della montagna come se fosse un’appendice dello spazio urbano? Dove non si può sudare sotto al piumino e quindi si raggiunge la cima con l’elicottero al pari del taxi che ti scarrozza in centro? Ed il minimalismo dello zaino è sorpassato da capienti valigie con outfit diversi per ogni giorno?

In conclusione. Mi piace Moncler per la sua strategia marketing fortemente strategica ed altamente immaginifica. Non mi piace quando asseconda le tendenze scadendo anche un po’ nel banale. Perché relegare il target nei soliti cliché? La baita-suite di lusso, lo snow safari sul gatto delle nevi, la spa a cinque stelle e l’eliski: mi ricorda troppo “sole, whisky e sei in pole position” del film Vacanze di Natale del 1983. Non mi piace poi quando il compiacimento della domanda si trasforma in un imperativo di vendita che può promuovere azioni non corrette od addirittura dannose per l’ambiente montano.

Pellicce e borse firmate: status symbol duri a morire.
Pellicce e borse firmate: status symbol duri a morire.

La pubblicità è una forza, tanto vale utilizzarla al meglio. L’appello è stato di recente lanciato dalle pagine di Repubblica da Claudio Bassetti, Presidente della SAT (associazione Alpinistica trentina) che segnala le conseguenze di una scorretta immagine mediatica della montagna con turisti che pretendono standard d’élite nei rifugi o si trovano in serio pericolo nell’affrontare rocce e ghiacciai con calzature inadatte (ma decisamente trendy!).

Foto Instagram: MalgoKrk
Foto Instagram: MalgoKrk
Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

due × due =