Cosa producono le Alpi? Una montagna di immagini.

Sei un’alpinista? No. Un’atleta? No. Climber? No. Runner? Nemmeno. L’equazione risulta immediata. Appena rivelo di scrivere un blog di montagna vengo investita da una serie di domande che sfociano sempre nell’identico interrogativo: come puoi scrivere di montagna se non sei una professionista della montagna? In rete potete trovare tantissimi siti con un taglio decisamente specialistico in grado di fornirvi informazioni dettagliate su qualsivoglia determinato ambito: l’attrezzatura migliore per affrontare le cascate di ghiaccio a cura di una guida alpina, altimetrie e percorsi trekking descritte dalla guida ambientale escursionistica e tutti i segreti della powder raccontati dall’istruttore di sci. Io non posso occuparmi di tutto ciò per due motivi: lo fanno già in tanti ed in maniera egregia con competenze che un appassionato, per quanto volenteroso e capace, non potrà eguagliare. Secondo punto: la mia prospettiva sulle terre alte  non è sportiva, agonistica o professionistica.

Verticale e virtuale. Dalla montagna fisica alla sua costruzione immaginifica.
Verticale e virtuale. Dalla montagna fisica alla sua costruzione immaginifica.

Ho una passione decisamente antropologica per la comunicazione: da abitante della montagna sono affascinata dalle visioni che la pubblicità, la moda ed i fumetti danno delle vette. Sfoglio una rivista ed ecco un paginone con due modelli semisvestiti sulle nevi del Monte Bianco. Negli spot tv sempre più Suv gareggiano sulle nevi e, d’estate, ricorrono alle grandi strade alpine come scenari di vendita. Viviamo nella società delle immagini e non possiamo non tenere conto dell’incidenza che tali visioni hanno. Su che cosa? Sul nostro immaginario.

Da dove derivano i valori che orientano il nostro agire? Quanto influenzano il nostro immaginario le visioni pubblicitarie della montagna?
Da dove derivano i valori che orientano il nostro agire? Quanto influenzano il nostro immaginario le trasposizioni mediatiche della montagna?

La montagna è una realtà prepotentemente fisica: un aggregato di milioni di metri cubi di roccia. Eppure la sua costruzione va oltre a questo piano così concreto. La montagna, da sempre, viene elaborata da un complesso fantasmagorico di tradizioni, sogni, interpretazioni, leggende – tanto a livello individuale che collettivo – che contribuiscono alla sua definizione, percezione e fruizione. Insomma: le immagini della montagna veicolate dai media plasmano l’immaginario e di conseguenza l’approccio che le persone hanno nei confronti dell’ambiente alpino. Lo conferma la cronaca: c’è chi visita il ghiacciaio in sandali infradito e chi affronta le piste da sci con l’autovettura offroad. Succede davvero. E succederà sempre più. Lo  fanno presagire i “boom” segnalati dalle statistiche ed il rinnovato interesse per il prodotto “vacanza montagna”.

È il cosiddetto “turismo esperienziale” che, alla ricerca della (ri)scoperta del sé, propone spesso destinazioni montane dove la natura diventa la chiave di accesso alle tante attività per (re)imparare a percepirsi liberi, capaci, forti, ecc. Tuttavia immagini fuorvianti possono dare luogo a frequentazioni non corrette, non rispettose, nocive o addirittura pericolose per se, gli altri e l’ambiente. Non è un caso che siano in aumento le richieste di aiuto al soccorso alpino per impreparazione o palese fraintendimento delle necessità imposte dal contesto dove ci si trova a muoversi.

Versioni deformate ed edulcorate della realtà aiutano l'ambiente alpino?
Versioni deformate ed edulcorate della realtà aiutano l’ambiente alpino?

Non mi permetto di condannare o denigrare alcun comportamento, né di proclamare un’anacronistica crociata contro le logiche della commercializzazione. Quello che invece vorrei condurre è un’analisi delle immagini della montagna ai tempi dei social media e del digital marketing. Capire quali sono i nuovi miti dell’altitudine e se si stanno consolidando nuovi stereotipi per aiutare a sviluppare immagini accattivanti, divertenti e coinvolgenti che non deformino la natura delle cose.

Ecco quindi il mio blog. Il mio impegno. E le mie ricerche. Per ora ho scovato questo interessante contributo: “Homo montivagus saisi par la publicité” di Jean-Paul Bozonnet. È un po’ datato (1991), mentre più attuale è l’intervento di Verena WiniwarterDobbiamo prendere in mano la produzione delle immagini(2017). Cerco tra gli studi di semiotica,  sociologia ed antropologia. Ma – chissà – potrebbe uscire qualcosa anche da altri settori di indagine.

Mi date una mano?
Segnalatemi le pubblicità che ricorrono all’immagine della montagna e mandatemi i riferimenti bibliografici di interventi che studiano i cambiamenti dell’immaginario montano in relazione ai new media.
L’email è: info@verticales.it. Grazie a tutti per l’aiuto!

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