LA MONTAGNA CURA, MA NON E’ IMMUNE.

“Tanto lassù avete l’aria buona”. Click. Così si conclude la telefonata di un amico che sminuisce la mia preoccupazione per la diffusione dell’epidemia di COVID-19. Abito in montagna, in una piccola frazione dell’alta Val di Susa. Perché dovrei temere il contagio?

San Rocco, aiutaci tu

Il santo patrono di Oulx è San Rocco, protettore della peste. Un campione della quarantena che si rifugiò in una grotta solo come un cane. Anzi solo con un cane che ogni giorno gli portava un pezzo di pane permettendogli così di sopravvivere. “Lä pèstë i l’î rià, l’ î jò ou l’indà dlä portë!” (“La peste è arrivata, è già alla porta!”). In patois, così i valsusini dell’epoca avranno apostrofato l’arrivo dell’epidemia del 1630, la più famosa, quella narrata da Manzoni nei Promessi Sposi. Oggi una fiera annuale (la scapulera) ed innumerevoli cappelle votive disseminate per la valle ci ricordano che non fummo immuni. Non scamparono nemmeno le borgate più isolate e le vittime, nella sola Bardonecchia, furono oltre settecento (i nomi riportati dai documenti d’archivio sono consultabili online grazie al sito Escarton). Ma allora perché è così radicata l’idea della montagna come luogo incontaminato?

chiesette montagna
Cappella di S. Antonio (Goudissard, Oulx) e S. Margherita (Alpenzu, Gressoney). Foto: Federico Amanzio.

Altissima, purissima

Ce lo dice anche Annibale Salsa, antropologo già Presidente del Club Alpino Italiano: “Vi è un’enfatizzazione da parte del cittadino dell’immagine della montagna, che arriva fino all’esaltazione della montagna come luogo della purezza” (fonte: Atti del Convegno sentieri di salute).

Le vette immacolate, i pascoli coperti di fiori ed i ruscelli d’acqua fresca sono elementi naturali che, a partire dal Settecento, subiscono una crescente elaborazione letteraria. Una costruzione culturale che s’impone fino ad entrare stabilmente nel nostro immaginario. La montagna diventa un rifugio lontano, distante, un’oasi a sé stante in grado di preservare la genuinità dell’ambiente, la salute e l’integrità fisica e morale di chi vi soggiorna. Che dire di questo classicissimo passo?

«Lassù, nella purità di quell’aria, riuscii a districare sensibilmente la vera cagione del mio umore mutato e del ritorno di quella pace interna che avevo smarrito da tanto tempo […] sulle alte montagne dove l’aria è pura e sottile, la respirazione è più agevole, il corpo più agile, lo spirito più sereno, i piaceri meno ardenti, le passioni più moderate. Le meditazioni assumono lassù non so che carattere grande e sublime, proporzionato agli oggetti che ci colpiscono […] Si direbbe che, alzandosi al di sopra del soggiorno degli uomini, ci si lascino tutti i sentimenti bassi e terrestri e che, a mano a mano che ci si avvicina alle regioni eteree, l’anima sia toccata in parte dalla loro inalterabile purezza!» (J.J. Rousseau, Giulia o la nuova Eloisa, BUR, 2015, p. 89).

Rousseau magari si legge solo alle superiori, ma sicuramente ha maggior popolarità la figura di Heidi che Franco Brevini, in Simboli della Montagna (Il Mulino, 2017) collega espressamente alla Nouvelle Héloïse. Un romanzo, poi cartone animato, poi film che ha contribuito significativamente a diffondere l’immagine della montagna salvifica. La bimbetta che a Francoforte era pallida, deperita ed infelice, riacquista vigore lassù dove “si guarisce nel corpo e nell’anima, e la vita torna ad essere serena” (JL. Spyri, Heidi, Einaudi 2016, p.186). Anche la sfortunata Klara beneficia della bellezza prodigiosa della natura fino a riacquistare l’uso delle gambe enfatizzando così il potere quasi taumaturgico del luogo. Ma è davvero così?

montagna pura incontaminata
Nuvole e neve come simboli della purezza. Val Formazza (Ossola, Piemonte) e Vetan (Saint-Pierre, Aosta). Foto: Federico Amanzio

La montagna che cura non è immune

I benefici legati alla frequentazione dell’ambiente alpino, con conseguenti effetti fisici e psicologici, ci sono eccome. Innegabili, con tanto di base scientifica. D’altra parte è proprio sul benessere in quota che si basa la montagnaterapia, l’approccio terapeutico-riabilitativo e socio educativo che previene, cura e riabilita portatori di differenti problematiche, patologie o disabilità. La montagna cura, ma non è immune.

Un’interessante articolo di Dislivelli del 2014, “I montanari non si ammalano mai“, ci avverte sulla necessità di abbandonare lo stereotipo delle aree montane come spazio di vita salubre e meno esposto a rischi per la salute. Il contagio si diffonde attraverso l’azione delle persone: un assembramento favorisce la trasmissione del virus tanto nelle aree cittadine quanto nei distretti montani. Il turismo di massa – si intuisce già dal nome – non può che favorire una frequentazione della montagna “ad alta socialità”: file, code, gruppi, comitive. Dunque perché, in piena emergenza Coronavirus, abbiamo continuato ad affollare le piste?

  • Siamo animali. C’è una parte di noi che tende istintivamente al contatto con gli elementi naturali. La spiaggia, la panchina al parco, la corsa nella foresta, la discesa sulla neve. Abbiamo bisogno di sole, vento e verde e non siamo disposti a rinunciarvi.
  • Siamo animali sociali. Viviamo molte delle nostre esperienze in natura in modo collettivo (la gita di gruppo, la gara di corsa e così via) e ci siamo totalmente disabituati all’idea di poter godere di un’attività senza condividerla.
  • “Tanto lassù avete l’aria buona”: questo stereotipo può aver favorito l’ingenua convinzione che un ambiente naturale possa di per sé preservare dalla diffusione delle malattie, quando invece nessun ambiente è immune se frequentato con pratiche non idonee (gruppi, vicinanza, ecc.);

E ora? Che la nostra parte animale a contatto con la natura è limitata? E che siamo ostacolati nelle nostre relazioni sociali? Che fare? Possiamo agire sul terzo punto: riflettendo sui nostri luoghi comuni, sulle direttive del nostro immaginario, per mettere ordine tra i modelli ormai superati ereditati dal passato e visioni tutte da costruire.

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La sfida di oggi? Ristrutturare il rapporto con la natura a partire delle immagini che ne abbiamo elaborato. Foto: Federico Amanzio

Postilla conclusiva: questo piccolo contributo vuol essere uno spunto alla riflessione in un momento drammatico di cui non ignoro la gravità. Prevengo eventuali commenti circa lo sfruttamento del tema Coronavirus per scopi di visibilità. Il mio è un blog senza fini di lucro che si filano ben in pochi (a cui propongo questi titoli).

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